GATTI e MAGIA

Gatti, religioni e magia sembrano essere da sempre mondi in stretta connessione fra loro.

Una antica leggenda irlandese recita:

“gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo…”

Le testimonianze sono innumerevoli e diffuse in tutto il mondo.

Già nell’antico Egitto questo animale era protetto dalla dea Bastet, che aveva corpo di donna e testa di gatto; chiunque gli facesse del male era condannato a morte.
Il gatto come animale sacro compare già nel
Libro dei Morti, dove uccide il malvagio e mostruoso serpente Apophis, tagliandogli la testa ed impedendogli di rovesciare la barca del dio Ra.

Nell’antica Roma i gatti erano sacri a Diana; si credeva avessero poteri magici, concessi loro dalla dea. Quando moriva un gatto nero, veniva cremato e le sue ceneri sparse sui campi per dare un buon raccolto ed eliminare le erbe infestanti.

Presso i Germani i gatti erano sacri, perché trainavano il carro della dea Freyia, divinità della mitologia norrena e considerata dea dell’amore, della seduzione, della fertilità, della guerra e delle virtù profetiche.

La Dea solcava il cielo su un carro d’oro chiamato “Betulla” e trainato da un insolito tiro di grandi gatti dal pelo lungo e dalle grandi code che le erano stati regalati dal dio Thor.

Si racconta infatti che Thor, mentre stava pescando sulle rive di un laghetto, fosse incuriosito e al contempo infastidito dal canto di una ninna-nanna proveniente da un cespuglio. Avvicinatosi, si rese conto che a cantare era un gatto, il quale tentava di ammansire una cucciolata di bellissimi micini blu dai riflessi argentati che piangevano affamati.

Alla vista del dio, il gatto gli chiese se per caso sapeva dove trovare una femmina che li potesse allattare e allevare, ma Thor rispose sinceramente di no, anche se per un attimo gli era passato per la mente che forse avrebbe potuto pensarci Freya. A quel punto, il gatto, che gli aveva letto il pensiero, si trasformò in un grande uccello e volò via. Allora Thor prese con sé i gattini e li portò in regalo a Freya la quale ne ebbe cura accudendoli premurosamente e non separandosene mai più…

Secondo un’altra leggenda, invece, i gatti che trainavano il suo carro celeste erano solo due, uno bianco e uno nero; in questa versione del mito, essi rappresentavano il lato maschile e quello femminile (le forze Yin e Yang) e le fasi della Luna.

In un’altra versione ancora i due gatti erano alati e dopo sette anni al servizio della Dea, per premio venivano trasformati in potenti streghe e stregoni e rimandati sulla terra.

Anche Maometto non era insensibile al fascino dei gatti. Si narra che Maometto, mentre leggeva con un braccio allungato sul tavolo, fu avvicinato dal suo gatto, che gli si sdraiò sulla manica a dormire. Giunta l’ora della preghiera, Maometto guardò il gatto, in dubbio se svegliarlo e liberare il braccio; ma l’animale aveva una tale aria estatica che il profeta, certo che in quel momento il gatto stesse comunicando con Allah, preferì tagliarsi la manica della preziosa veste, per poter pregare, piuttosto che disturbarlo.

Al ritorno dalla preghiera il gatto, riconoscente, gli fece grandi fusa per ringraziarlo e Maometto, commosso, gli riservò un posto in Paradiso. Ma non solo: gli impose per tre volte le mani sulla schiena, dandogli la meravigliosa capacità di cadere sempre sulle quattro zampe senza farsi male.

Presso i Celti francesi, invece i gatti non erano amati, perché considerati incarnazione di forze malvagie; i loro occhi mutevoli venivano ritenuti simbolo di falsità, ipocrisia e cattiveria, per cui era abituale che le cerimonie di purificazione si concludessero col sacrificio di un gatto.

Il Medioevo fu il periodo più negativo per il gatto. Quelle caratteristiche particolari che lo avevano portato ad essere venerato ora venivano interpretate come demoniache (gatto nero = impersonificazione di Belzebù). Proprio nel Tardo Medioevo nacquero tutti i pregiudizi sui gatti: complici del demonio, crudeli, avidi, ladri, opportunisti, egoisti, legati alle proprie comodità e non al padrone. Gatti dalle movenze sinuose, tanto da essere stati identificati con la femminilità, ma non la femmina positiva, madre e moglie, bensì quella seduttrice, misteriosa e affascinante, affine alla notte e alle trame nascoste. Pregiudizi che incontriamo, incredibilmente, ancora adesso.

La predilezione degli Arabi per i gatti fu vista come la conferma che i Musulmani erano in combutta col demonio. Il gatto, in particolare se nero, era l’animale preferito da Satana, che addirittura si compiaceva di partecipare al Sabba in forma felina.

Considerati “spiriti familiari” della strega, suoi aiutanti, migliaia di povere bestiole furono sacrificate. Un celebre quadro ritrae un rogo collettivo di gatti nella notte di san Giovanni.

Ma secondo alcuni storici l’uomo pagò davvero cara questa sua stupidità e le violenze commesse sui gatti, con il diffondersi della grande epidemia di peste che colpì tutta l’Europa nel 1348 e che rappresentò una delle più grandi catastrofi della storia europea.

L’uccisione dei gatti non fece altro che favorire enormemente la peste che, trasmessa dai topi, trovò terreno assai fertile proprio in quelle terre dove il cristianesimo si era più diffuso.

Una antica ricetta magica dice che le streghe usavano il cervello dei gatti per provocare la morte del peggior nemico, ma solo quando era direttamente minacciata la loro vita: il sacrificio del loro animale preferito era giustificato solo dalla gravità della situazione e un errore di valutazione avrebbe voluto dire tre volte 7 anni di guai.

Se il gatto invece uccideva la strega alla quale apparteneva, diventava un potentissimo demone quasi impossibile da eliminare, per merito delle sue nove vite.

In Araldica infine il gatto è simbolo di libertà, perché non ama stare rinchiuso, sa provvedere da solo alle sue necessità cacciando il cibo, è furbo, intelligente e sagace.

Mary S. Emilson scriveva: “Molti animali hanno una loro costellazione che brilla in cielo di notte. I gatti no. Ai gatti bastano i loro occhi lucenti per illuminare il cammino….”

E voi che ancora non avete un gatto, vi ritenete davvero saggi?

Autore: dr. Giovanni Bucci

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